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Il romanzo del bene. Che non è noioso

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Guardando al flusso caotico dell’informazione contemporanea e al disordine creativo dei social network, verrebbe da dire che il bene è noioso e nel male, purtroppo, c’è più romanzo. Per le regole non scritte di un certo modo di intendere la cittadinanza — specie quella arcigna, indurita dalla vita di tutti i giorni — essere troppo buoni è persino una colpa. Dimostrazione di un carattere debole, imbelle. Mentre la giusta dose di cattiveria è rivelatrice di un’identità più certa, convinta. Insomma, l’affermazione — anche con termini duri, scorretti — di valori forti, volontà solide. Il «cattivismo» delle serie televisive e della letteratura di genere affascina più del «buonismo» che ha spesso un sapore dolciastro, dunque un po’ finto. La politica riproduce, in forme diverse, gli stereotipi dello spettacolo. La moderazione è una virtù pallida.

Stiamo veramente diventando sempre più cinici, insensibili ed egoisti? O la rappresentazione della società (e noi ci assumiamo la nostra parte di responsabilità) è non raramente fuorviante e ingannevole?

Mi chiedono spesso su quali elementi si possa far leva per essere più ottimisti nel futuro del Paese. Non ho dubbi sulla risposta: il volontariato è uno di questi. Forse il principale. In altri Paesi, con democrazie più antiche ed evolute, non è così forte e articolato come in Italia. Certo, nel mondo anglosassone le donazioni pro capite sono significativamente più alte, ma la disponibilità di tempo personale è minore. C’è però un insegnamento, assai prezioso, sul quale dovremmo riflettere di più. La misura dell’importanza sociale di una persona, di una famiglia nel Regno Unito o negli Stati Uniti, è soprattutto nella sua attività di charity, nella disponibilità a restituire alla comunità parte di ciò che, grazie allo studio e al lavoro, si è meritatamente ottenuto.

Il terzo settore (che va oltre lo stato e il mercato) è nel pieno di una rivoluzione normativa. La legge delega dei governi Renzi e Gentiloni mette ordine a una selva di norme statali e regionali, istituisce un unico registro delle associazioni, disciplina l’accesso al 5 per mille, regola l’attività delle imprese sociali, introduce elementi di trasparenza. Una riforma imponente e ambiziosa (con 32 decreti attuativi) che si deve in gran parte alla pervicacia del sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali, Luigi Bobba. Secondo l’ultimo censimento Istat del 2011 le organizzazioni non profit sono oltre 300 mila, coinvolgono 4,7 milioni di volontari e circa un milione fra dipendenti e collaboratori. Nel volume Volontari e attività volontarie in Italia (Il Mulino 2016), a cura di Riccardo Guidi, Ksenija Fonovi e Tania Cappadozzi, il fenomeno assume una portata ancora più ampia. Sono oltre 6 milioni le persone che si impegnano gratuitamente in attività di utilità sociale, di cui 4 all’interno di organizzazioni di volontariato. Il terzo settore è il tessuto connettivo di un’economia sociale in pieno sviluppo, il cui apporto al prodotto interno lordo è tutt’altro che trascurabile e stimato in più di 60 miliardi di «fatturato». La cosiddetta sharing economy trae spunto dall’idea che esistano beni comuni, sociali, e che la loro condivisione faccia crescere la produttività Economia e civiltà L’apporto del terzo settore al Pil è valutato in 60 miliardi. Il capitale sociale è inestimabile complessiva.

Ma al di là degli aspetti economici, il terzo settore è il caposaldo di una civiltà del bene di cui, come italiani, dovremmo essere orgogliosi. E più consapevoli del suo profondo significato civico, morale. Buone Notizie è anche un modo di dire grazie ai tanti volontari, impegnati sui fronti più diversi, per la silenziosa manutenzione dei sentimenti. Ogni gesto di attenzione verso il prossimo è un «granello di senapa» nel campo poco arato della cittadinanza attiva. «La passione per gli altri è l’intelligenza della vita», ha scritto il filosofo Salvatore Natoli, commentando la parabola del buon samaritano nel vangelo di Luca. Sono tantissime le persone nel nostro Paese che «non passano oltre», che fanno del bene. Disinteressate. E spesso non vogliono che si sappia. La solidarietà allevia dolori, sofferenze, privazioni e anche quando si occupa di tempo libero, cultura, sport, scalda i cuori dei donatori, dei volontari e di coloro che prestano la loro opera. Li ripaga con un senso compiuto di utilità. Un benessere spirituale che non ha prezzo. La soddisfazione intima di essere stati utili. Il capitale sociale costituito dall’impresa del bene nel nostro Paese è di valore inestimabile. Diffuso capillarmente e non sempre in una gradazione a scalare a seconda della latitudine. Cattolico, laico, di tutti gli orientamenti. Peccato non venga registrato dalle classifiche internazionali. Ogni giorno diffonde fiducia, rinforza i legami sociali, combatte i pregiudizi e vince le indifferenze. Incide anche sull’umore di una nazione. E contribuisce a ridurre quel tasso di acidità che trasforma l’altro in un avversario, la collettività in un’arena ostile. Fa star bene gli altri e anche noi. Insomma, nel bene c’è romanzo.

Ferruccio de Bortoli

(da Corriere della Sera del 18 settembre 2017)
(foto: zerosettenews.it)

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